Alkmene, la levrierina preferita del Re

Traduzione a cura di Valeria Rocco
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Due anni prima della sua morte, già segnato dall’età avanzata, il vecchio Fritz, (ndr: Fritz è il sopranome tedesco di Federico II) come ogni anno, tenne la grande parata della sua grande truppa slesiana. Si soffermò qualche istante e si guardò attorno, con un’espressione molto insoddisfatta e corrugata. Il suo umore, durante tutta la manifestazione di quest’anno, era terribile. Non parlò con nessuno, il suo atteggiamento era freddo e distaccato, ai limiti della maleducazione. Durante la cena ignorò persino Lafayette e dopo un’ora di disagio scomparve dalla tavolata. “Non è arrivata nessuna missiva?” chiese nel silenzio, con la sua voce alta e accattivante, spesso in contrasto con le parole taglienti. Un aiutante, frettolosamente fece un passo avanti per fare rapporto. Non era arrivata alcuna nuova missiva.

Nella suite si scambiavano sguardi attenti e colmi di significato. Durante l’intero viaggio in Slesia, che ormai durava una settimana, questi misteriosi messaggi arrivarono ogni giorno, attesi dal Re, che ne ruppe i sigilli immediatamente, e sempre con estrema impazienza. Si poteva osservare il gioco di colori delle sue guance, da giallognolo a rosso porpora, le sue mani tremavano mentre rompeva il sigillo e la sua espressione mostrava paura ed agitazione. Ovunque si trovasse, al momento dell’arrivo della missiva; in viaggio, durante un’ispezione, in pubblico, a tavola, chiese immediatamente carta e calamaio per scrivere alcune righe e chiudere con cura la pergamena contenente la risposta e ordinò immediatamente all’ufficiale di campo di recapitare la risposta a Potsdam. Lo sfortunato Ufficiale prese frettolosamente e furtivamente una specie di pasto, salì salito su un cavallo fresco e galoppò, attraverso l’argilla e sabbia della Slesia e delle zone di Brandeburgo, cambiando spesso cavallo per essere più veloce, con la missiva da riconsegnare.

Che cosa stava succedendo? Niente era impensabile. Quel vecchio povero uomo, lì sotto la volta, era il punto focale del continente, ora al centro di una generalità internazionale. Lui era il potere, il più ambito alleato, ma altrettanto impenetrabile ed enigmatico, conosciuto anche come spaventoso e comunque evitato. La Prussia era di nuovo abbastanza solitaria nel mondo. Che cosa stava succedendo? Una nuova guerra, nonostante la terra europea sembrava pacificata dopo la disputa di successione? Stavano per allentarsi del tutto le relazioni prussiane con la Russia, l’unione tra Petersburg e Wien era diventato una realtà enorme? La tanta desiderata alleanza della Prussia con la Francia stava per essere conclusa? Erano coinvolti i piani lungimiranti di Friedrich, riguardanti una lega di principato tedesco? O l’imperatore Giuseppe alla fine ancora imponeva le sue intenzioni di cedere i Paesi Bassi, per affiliarsi alla Baviera? Quel vecchio dagli occhi socchiusi, con la giubba blu della fanteria, poteva contenere il destino dell’Europa nelle sue mani gottose. Il suo esercito, addestrato da lui come uno strumento di terribile potenza, era capace di essere decisivo in qualunque conflitto sulla terra. E la sua gloria da generale, forgiata e rafforzata in battaglie che sono già mitiche oggi, sfrecciano davanti a questo esercito come un enorme lama falciante.

Che cosa stava succedendo? Che cosa significavano questi corrieri tra Potsdam e la Slesia, le cui missive riuscivano a preoccupare lui, il più sereno e rilasso, fino a questo punto, visibile a tutti? Una cosa simile non era mai capitata! Nei loro alloggi, ai tavoli traballanti, pastori, consiglieri e mercadanti si sedettero la sera e riferirono ai loro marescialli, in un francese curiale, ai loro cancellieri, ai loro sovrani, e non vi era corte in Europa a cui non fosse riportato di quel segreto movimento tremolante.

Durante la manovra, gli ussari in particolare dovettero subire il malumore del sovrano, fu loro imposto ad esercitare senza pietà, nonostante la pioggia costante. Allo stesso modo il Re non ebbe cura nemmeno di se stesso e rifiutò di proteggersi dalla pioggia battente. Attraversando il campo della parata, qualcuno galoppò dritto verso il Re. Nello stesso momento la pioggia si fermò di colpo, emerse un raggio di sole e l’acqua su cappotti, cappelli, briglie e pistole brillò, le innumerevoli pozzanghere del campo maltrattato brillarono come argento fuso e con un redento pianto di gioia alcuni uccelli si alzarono in volo, in alto sopra le teste della truppa.

Il cavaliere si avvicinò, si vedeva già sul lato sinistro la tasca piatta degli ufficiali di campo. Friedrich se n’era accorto, fece qualche passo verso il corriere, si avvicinò e si fermò all’incirca attorno al punto in cui si trovò Lafayette, il quale ancora aveva indosso il ancora il cappotto. Una fitta di pietà attraverso il petto del Marchese, incrociato con un raggio di reverenziale, quasi religiosa soggezione. Il Re, ora sotto al sole cocente, seduto sul suo cavallo fradicio di pioggia, mostrò tutta la sua sofferenza. L’uniforme penzolava come uno straccio bagnato sul suo corpo ingobbito, dal suo cappello blu sul corpo curvo, dal suo cappello sfilacciato scorreva l’acqua sul suo viso pallido e sofferente. Ma la sua mano destra si aprì e si chiuse, contrazioni che mostrarono la sua estrema impazienza. Il Marchese guardò il rifugio. Coloro che erano ancora lì, uscivano da sotto al tetto e guardarono estremamente interessati; Tra i primi, Lafayette vide la giubba rossa da generale del suo avversario, Lord Cornwallis. Ora anch’egli voleva allontanarsi, gli sembrava appropriato, dato la circostanza. Ma il Re se ne accorse, sollevò il cappello e disse, a voce bassa: “Restez toujours!”

L’ufficiale cacciatore si era avvicinato, aveva parato il suo sauro, voleva saltare giù e salutare. Il Re interruppe il saluto, allungò frettolosamente la mano e ruppe l sigillo con avidità. Lafayette e un altro gentiluomo saltarono giù dal cavallo e si affrettarono verso di lui. Friedrich aveva oscillato così violentemente in sella, che sembrava stesse per cadere. Ma resistette, fece un respiro profondo e sibilante e aveva ancora la forza di allontanarsi un po’ sul suo cavallo bianco. Lafayette lo vide di profilo, la bocca era aperta in cerca di aria, l’occhio gonfio come se volesse frantumarsi. E ora si chiuse la palpebra e una lacrima pesante scese giù per la guancia. In quel momento Il giovane generale si sentì insolitamente troppo vicino al sovrano. Fece alcuni passi indietro. Ci fu un totale silenzio. Il corriere rimase in attesa, immobile, in lontananza gli ussari, scrutarono la scena in silenzio. Alla fine, dopo alcuni minuti, il Re scese dal cavallo. Lo fece senza fare attenzione al decoro, si lasciò scivolare giù, pesantemente, come un sacco bagnato che scivolò giù, sul fianco bagnato del suo cavallo. “Ha un pastello?” chiese all’ufficiale di campo con voce velata e cupa. L’ufficiale, esausto, non lo capì o non poteva servire ciò che gli fu chiesto. Quindi il sovrano prese ciò che gli era necessario da Lafayette, appoggiò il suo portafogli contro la sella rossa del suo candido cavallo, si tolse il guanto e scrisse. La sua mano magra si muoveva incerta; su di essa Lafayette notò un anello, con una grande pietra semipreziosa verde, incastonata senza arte e per nulla preziosa, e si meravigliò non poco a riguardo. Ma era un crisoprasio slesiana, un simbolo costante della provincia conquistata. Ora vide muovere le labbra del re e sentì una parola, un nome

“Alkmene” sussurò Friedrich. “Alkmene, Alkmene”, nel tono della più aspra lamentela. Il Marchese abbassò gli occhi. Non l’aveva intuito. Non poteva essere intuito, non poteva essere interpretato. Si rifiutò di pensarci. Non ne avrebbe mai parlato. Era già stato dimenticato. Poi si sentì chiamare e fu subito lì. “Signore, ci sono cere per sigilli nel compartimento più esterno”, lui rispose. Il Re trovò ciò che gli era necessario, piegò il suo biglietto e lo sigillò. I suoi occhi si posarono sul timbro: non mostrava lo stemma del marchese, ma una figura simbolica, una libertas con i capelli svolazzanti, in una gloriole. Quindi Friedrich guardò il giovane eroe e dalla sua faccia bagnata, malata e triste nacque un sorriso, sapiente e malinconico, che dopo un brevissimo istante scomparve. L’attimo era fuggito. “Torna a Potsdam”, disse all’ufficiale di campo. “Sbrigati,io ti seguirò” L’ufficiale ripartì, veloce come il vento. Friedrich fece un cenno ad uno degli aiutanti. “Annullo il viaggio. Lasci che faccia tutto a Neisse. E prima voglio gli ufficiali per le critiche”. Si avvicinarono in fretta, in gruppi: il colonnello, i maggiori, il Rittmeister, i tenenti, i Cornetts, cinquanta o sessanta signori in numero. Sembravano malconci e il loro umore era anche peggio. Lafayette voleva di nuovo ritirarsi. “Restez toujours, monsieur!” disse il Re.

Mentre iniziava la sua critica, cercò di dare alla sua voce un tono deciso e sicuro ma gli riuscì sempre e solo per pochi istanti. Immediatamente divenne di nuovo più debole e quasi affondò in un mormorio. Era ancora gocciolante di pioggia, riusciva a nascondere il tremore e il sua faccia sembrava quella di un uomo morente. Diverse volte fu, apparentemente, scosso da forti emozioni, poi si fermò ed era completamente assente e solo dopo uno sforzo visibile riuscì a continuare. Dopo tre giorni di viaggio estenuante, il Re arrivò finalmente al palazzo Sanssouci a Potsdam.

Alkmene, la sua cagnolina, il suo Piccolo Levriero Italiano preferito, la sua cara, la sua gioia, la sua consolazione, giaceva distesa morta sul un piccolo tavolo, coperta da un’alta cupola di vetro, che solitamente proteggeva un prezioso orologio. Lì ella giaceva, illuminata da due candelieri a cinque braccia, i quali stavano sulla destra e sulla sinistra del camino e le loro fiamme erano doppiati dallo specchio. Ella riposava, la sua delicata testa girata verso l’interno della stanza, distesa sul fianco proprio come nel sonno, la palpebra era sollevata un po’ e si vedeva un filo scuro dell’iris. Le piccole zampe spettrali erano distese in modo composto ed elegante, fianco a fianco, una delle zampe anteriori leggermente curva, in modo civettuolo. Il manto chiaro luccicava di riflessi setosi sotto il caldo lume di candela. All’inizio non era affatto uno spettacolo triste. Era quasi impossibile credere alla notizia di questa morte, la si doveva quasi chiamare! “Alkmene Alkmene!”, e lei sarebbe saltata subito sulle sue gambe! Eppure, Alkmene era già stata sepolta, era già stata nella tomba.

Quando Friedrich partì, ella era era malata. Il sovrano partì con il cuore di piombo, riuscì a malapena a viaggiare. Ma si vergognava di abbandonare il lavoro, la provincia, l’esercito ed i suoi uomini a causa di un cane e poi si vergognò di nuovo per provare questa vergogna. Alla fine, partì il 15 agosto, come ogni anno. Fu ordinato ai tre ussari da camera di inviare un rapporto dettagliato sulla piccola cara ogni mattina. E ogni sera un ufficiale inseguito dal reggimento doveva riportare le istruzioni del sovrano. Questi ufficiali non sapevano cosa stavano trasportando, perché Schöning, Struetzky e Neumann erano discreti e silenziosi.

Non ridevano, nemmeno quando erano soli o tra loro. Si presero cura di Alkmene, con paura e preoccupazione e infine con disperazione. A nulla servirono le loro cure e la loro premura, alla fine la gracile levrierina morì e la seppellirono di fronte alle finestre del re, in unaiuola fiorita, dove giacevano diversi suoi levrierini. All’arrivo della risposta del Re, essi tremarono. Il Re ordinò loro di togliere Alkmene dalla sua tomba e di adagiarla in biblioteca; lui stesso sarebbe partito immediatamente. seguito il messaggio Eccolo dunque, ora lui e arrivato e lì giaceva Alkmene sotto la cupola di vetro. Le luci, nonostante la tarda ora, erano ancora accese in tutte le cancellerie statali e stavano aspettando nei loro castelli di campagna l’incoronato: Joseph a Laxenburg, Karl in the Escorial, inTsarskoye Selo Katharina, Georg a Windsor; persino il papa.

Al sovrano non era morto semplicemente un cane, che magari poteva essere sostituito.Gli anziani si sentono soli, non vivono più con la loro generazione; quei giovani che vissero con loro, quelli che erano cresciuti con loro, se ne furono andati e parlano una lingua senza eco. Gli ultimi anni avevano creato un terribile vuoto intorno a lui, non era rimasto nessuno. D’Argens, Seydlitz, Fouqué, Buddenbrock, tutti via, Krusemarck, Quintus Icilius entro tre giorni, e quindi anche il migliore e l’ultimo, il più fedele del leale, il più distinto tra i saggi, il più saggio tra gli onesti, Earl Marishal Keith. Era tutto solo. I suoi commensali, che ancora condividevano i suoi pasti pesanti e malsani condivisi con lui non significavano nulla per lui, essi dovevano soltanto fornirgli le parole chiave per le sue storie ed aneddoti, perché al Re piaceva parlare mentre mangiava. Donne non hanno affiancato i suoi anni maturi, tranne un oscuro, pesante dovere; in un piccolo castello, nel nord di Berlino, viveva una vecchia signora, con cui era sposato da cinquant’anni ed alla quale, ogni anno, fece una visita di circostanza, di mezz’ora

Aveva posseduto anche una famiglia un tempo, erano stati dieci fratelli e sorelle, quattro di loro erano ancora vivi. Egli aveva amato solo una sorella, molto sveglia, viveva a Bayreuth, e lei era morta ormai da un quarto di secolo. Al sovrano non gli era rimasto null’altro che i suoi levrierini. La creatura senza parole gli era sempre piaciuta, non tollerava mai un colpo o uno scherzo verso gli animali. Non c’era frusta o speroni per i suoi cavalli, lui li nutriva con frutta dalla sua tavola, convinto che ciò che deliziava il suo palato, avrebbe deliziato anche loro. Alle scimmie era permesso fare tutto ciò che volevano nelle sue stanze, lui rise con emozione e quando una di esse morì di tubercolosi, fece riportare gli altri nella loro calda patria, con tristezza nel cuore. Inizialmente non voleva accettare il dromedario arabo donatogli da un generale russo e aveva chiesto la consulenza di un esperto, per essere sicuro che l’animale tollerasse davvero il clima locale. Il suo grande, unico amore e affetto, la sua vera grande passione apparteneva solo ai piccoli levrieri italiani.

La gente, che ha sempre bisogno di ragioni tangibili, narrava che questa passione era cresciuta tanto forte quando la sua famosa Biche, nella guerra dei sette anni, grazie alla sua straordinaria intelligenza, gli salvò la vita. Si narrava che volta sedette con il re, nascosti sotto un arco di ponte, quando gli inseguitori galopparono rumorosamente sopra il ponte. Biche guardava il loro padrone, con comprensione, restò immobile e non abbaiò. Beh, forse quella soltanto era una saga eroica e buona per il popolo. Ma anche la classe superiore, quella internazionale, insomma l’alta società, aveva dei pensieri riguardo la passione del Re per i suoi levrierini, soltanto che questa era un po’ meno innocente.

Era un secolo di erotismo e anomalie e così via, si supponeva dunque, senza ulteriori indugi che il Re andasse a dormire con le sue cagnoline (perché egli preferiva le femmine) per sostituire sua moglie. E secondo l’opinione esterna, era persino difficile da confutare, perché la levrierina preferita dormiva davvero tutte le notti nel suo letto. Al sovrano non importava quello che questa circostanza aveva fatto pensare ad una sua “inclinazione”. Lui disprezzava la gente e le loro opinioni, disprezzava qualsiasi modestia ipocrita, a tal punto da godere addirittura per tali dicerie. Gli sarebbe potuto venire in mente di rinunciare ad alcune delle sue abitudini per le chiacchiere del popolo.

Sul Jägerhof si svolgeva ancora un allevamento di piccoli levrieri italiani. Mai meno di quaranta, a volte c’erano settanta e ottanta, gestiti da diversi cacciatori. La situazione grave per questi addetti, quando morivano di cimurro più cuccioli, di quanto a sovrano sembrava normale per la legge della selezione naturale! Egli spesso veniva in visita inaspettata, solo per vedere se tutto procedeva secondo le sue indicazioni. Egli portava poi nella sua dimora i più belli ed intelligenti, mai meno di tre erano in sua compagnia. A loro era permesso tutto, la clemenza del Re, nei riguardi dei suoi levrierini, non aveva limiti. Si sedettero accanto a lui sui divani, gli saltarono in grembo mentre scriveva ed egli preferiva smettere di lavorare e non far scendere quegli esserini leggiadri dalle sue gambe. Avevano il permesso di giocare con quello che volevano, loro potevano rosicchiare ciò che volevano anche se fossero oggetti preziosi. Erano sempre con lui. Quando, dopo il pranzo, si sedette fuori al sole loro erano con lui, nella sua poltrona o giocando ai suoi piedi.

E quando uno sconosciuto apparve molto in basso alle terrazze, iniziarono ad abbaiare furiosamente e il Re, che in fondo detestava le persone, li lodò molto per questo. Solo quando il sovrano andava a dormire furono portati via, tranne una che condivideva il suo letto. Ma la mattina presto, appena svegli, tornavano tutti. Il Re si prese.cura di loro teneramente. Guai al servitore ma guai anche all’ospite che accidentalmente pestava uno di loro! Il re diventava furioso, sollevava il suo bastane per inveire, era come un padre arrabbiato. Nessuna considerazione, nessun galateo gli impediva di insultare pesantemente il malcapitato pestatore. Di tanto in tanto estranei vennero da lui in una missione importante, indossando un abito di gala ornato, memorizzando perfettamente Exposé. Il Kammerhusar gli aprì e loro, con stupore vedevano il re sedere sul pavimento, indossando una vecchia giacca che, che dava da mangiare ai suoi cani, aggiustandogli i bocconi con il suo bastone.

Egli non poteva essere senza i suoi animali. La sua preferita lo accompagnava anche in guerra, era sempre con lui quasi fino nelle battaglie. Quando Re si trasferiva nel suo quartiere invernale, anche gli altri levrierini lasciarono Sanssouci e questo, per tutto il mondo, era il segno che la campagna dell’anno era finita. Quando c’era pace, il sovrano scambiava ogni anno per alcune settimane la sua Potsdam con Berlino. Puntualmente, molto presto di mattino, il 22 dicembre cavalcava sin lì da solo ma solo quando il sole di mezzogiorno splendeva, i suoi cani viaggiavano. È stata una carovana strana, persino fantastica. Il dromedario arabo ondeggiava avanti, coperto da una mantella verde da sella sul quale era fissata la scatola con le cento lattine di tabacco; poi i piccoli levrieri italiani seguirono, in una carrozza trainata da sei cavalli, avvolti prima in panni caldi e poi anche coperti. Il servitore, che stava sul sedile posteriore, difronte ai vivaci levrierini, parla incessantemente con loro, li esortavano a non esporsi e li sollevava e copriva quando saltavano giù dai sedili.

“Hasenfuß, dovete essere più calmo”, gli diceva, sì, davvero parlava con loro in terza persona, “Restate buona e al caldo, Pompon!” ” Alkmene, non abbaiate così selvaggiamente!” I piccoli levrieri, a Berlino più che mai, erano di conforto e relax al Re, considerando che lui, il misantropo, era costretto a fare alcuni grandi ricevimenti. Quindi il benevolo ha considerato tutto questo una stramberia, i malpensanti una perversa deviazione. In realtà non era ne’ l’uno ne’ l’altro. Più invecchiava, più scopriva la malizia e cattiveria delle persone, più il suo cuore tenero girava verso l’anima limpida e semplice di queste creature senza parole. Di loro poteva fidarsi. Poteva contare sempre su di loro. Un giorno erano come l’altro, sempre fiduciosi, sempre degli buoni amici. Il loro viso, da piccolo levriero italiano, a volte mostrava un nobile dispiacere, quasi di offesa, ma erano allegri e dolci. Spesso tremavano anche al sole, la natura li aveva resi così belli. Erano un rinfresco per lui, carico di responsabilità. Colui che ha lavorato più di chiunque altro, che lavora con i suoi servi, i suoi aiutanti. Non lo hanno mai stancato, non lo disturbarono mai, diede loro volentieri la sua presenza e attenzione tanto quanto chiedevano.

La cosa che detestava di più sulla terra era l’ipocrisia, non poteva passare un crocifisso senza bestemmiare, perché voleva mostrare alla gente che lui non credeva affatto nella loro fede. Pensava che tutti fossero bugiardi e falsi. Solo i suoi cani non erano ipocriti. Il loro ingenuo egoismo lo commuoveva e lo deliziava: lui era la natura stessa. Il fatto che preferisse i piccoli levrieri italiani a tutte le razze era probabilmente dovuto al tempo. Il piccolo levriero italiano era un regale e autentico cane rococò, insomma un cane alla moda. Che egli l’ha tenuto per tutta la vita, che non ha nemmeno pensato ad altre razze aveva ragioni migliori. Amava la grazia e delicatezza, la linea elegante degli arti. Questi cani e i suoi gusti erano il meno tedesco possibile. Erano tutto ciò che la Prussia non aveva, questo paese aspro e nuvoloso, ne quale lè rimasto incatenato. La razza era chiamata italienisches Windspiel (gioco di vento italiano) ma significava per lui non solo l’allegria e il cielo trasparente di Firenze, erano anche la sua Atene abilmente bella, e la libera ed elegante Parigi. Questo Sanssouci qui era un monastero, ed lui era quel vecchio, grottesco abate: che bella sensualità, che bella luce, la vita è leggera qui e questa leggerezza veniva da questi piccoli e graziosi animaletti.Con gioia ed emozione mai decrescenti, li vide saltare o sollevare la testa stretta e nobile. Allungano le esili zampe sul pavimento, vicine e si sentì molto forte come una grande figura a contrasto, lui con i suoi nodi di gotta sulle dita, i suoi sette denti e la sua giubba sporca di tabacco.Il Re ha sempre amato uno di loro in particolare ,c’era sempre un piccolo favorito tra essi. Ma mai nessuno gli era stato caro quanto Alkmene. Non lo era solo perché ormai era molto vecchio e anche meno di prima aveva un uomo a cui volgesse il cuore. Era anche perché Alkmene era così bella e così intelligente. L’aveva portata via dal Jägerhof tra le sue braccia quando essa era molto giovane. A quel tempo non pesava 500 grammi e gli sembrava molto divertente, battezzare questa esile creatura con il nome della madre Ercole. Ma non pesava più di 2 kg quando era adulta, ella era il prodotto migliore e fine di molti anni di allevamento, il più delicato, il piccolo levriero italiano più adorabile, probabilmente in tutto il mondo. Il Re poteva portarla sulle braccia anche quando sua gotta peggiorava. Alkmene non lo lasciò mai, nemmeno per un’ora. Si sedeva sempre su una sedia bassa accanto alla sua, su un cuscino in piuma, sul quale il suo leggero corpicino non lasciava quasi impronta. Mangiava con lui, a tavola egli posava con noncuranza i bocconi più buoni sulla tovaglia damascata per raffreddarli. Lei andava con lui nella galleria di dipinti e lo guardò, proprio come lui, i nuovi dipinti. Quando il Re era triste, Alkmene se ne accorgeva e gli mostrava tutti i trucchi che sapeva fare, si alzava sulle zampe o fingeva di essere morta, niente di più poiché il re non voleva che i suoi cani imparassero nulla.Quando il Re le parlò, ella inclinava la sua adorabile testa con un’espressione indescrivibilmente intelligente e ascoltò. Ma se l’avesse rimproverata, sempre molto delicatamente, ella non poteva sopportarlo e lei gli metteva una zampa sulla bocca, come per pregarlo di smettere. In tal caso, il re balzava in piedi e prese Alkmene tra le sue braccia, la premeva contro la giubba blu dell’uniforme, la baciò con la sua bocca sdentata, ancora e ancora, dandole i vezzeggiativi più dolci. A volte le lacrime gli  scorrevano giù per le guance, per la felicità che, in quei momenti,  sentiva nel suo vecchio e solitario cuore. E quando andarono a letto insieme la sera, allora Alkmene era più vicino a lui di qualsiasi predecessore, incastonata tra il suo petto e il braccio destro. Lì rimaneva in silenzio, come una bambina con sua madre, e respirò il suo leggero e dolce respiro contro la sua spalla.

E ora Alkmene, la sua Alkemene era morta. 

Lui era lì con le braccia abbassate, guardava in basso verso il suo più caro tesoro. No, quel terribile shock ,causato dal dolore, non si era ancora materializzato perché Alkmene era così bella, per nulla distorta, giaceva lì in pace, sembrava respirare ancora, il suo setoso manto brillava dorato chiaro, come l’oro dello champagne. Guardò da parte per posare lo sguardo sulla sedia di Alkmene, lì accanto al tavolo, coperta dal suo cuscino rotondo. Qui si era seduta e lo aveva visto governare l’impero. Lei si è comportata bene, si comportava sempre molto bene e in silenzio, solo i suoi piedi erano spesso in un piccolo movimento nervoso. Con ciò aveva graffiato il cuscino, strappato un po’ e in un punto uscivano delle piume fuori. Era orribile questa testimonianza così viva della bella vita passata, ora accanto alla piccola morta! C’era qualcos’altro sulla sedia: il collare di Alkmene. Esso consisteva in una striscia di pelle verde ed era ornato con delle piattine d’argento. Lo prese e lesse cosa vi era scritto: “On m’appelle Alcmène et je suis au Roi”. Lui cingeva il collare tra le dita e gli sembrava di avvertire ancora il calore del suo esile collo. Lasciò cadere il collare ed iniziò a piangere. Rimase lì, chino sulla cupola di vetro, ed era come se tutte le lacrime che il suo vecchio corpo poteva produrre uscissero tutte insieme. Singhiozzò, urlò, si asciugò gli occhi con la ruvida manica dell’uniforme, si pulì anche con il dorso della mano, e giacché non si lavava da giorni, lo sfigurò completamente. Le sue lacrime scorrevano, scorrevano, gli occhi gli facevano male, le lacrime caddero sulla cupola di vetro, un fiume di lacrime che si divideva a destra e sinistra sopra l’intoccabile cadaverino, scorrendo giù per il cristallo della cupola.

All’improvviso si formò un pensiero, una frase nella sua testa e inibiva il dolore. Pensò e mosse le labbra: “queste sono le ultime lacrime che verserò” Il suo pianto cessò. Ha camminato intorno, nella piccola stanza rotonda, oltre gli armadi di vetro con le opere rilegate del saggio; sotto gli sguardi vuoti di Socrate, Apollo e Omero, che dalle loro console posavano gli sguardi su di lui. Il Re fece tre cerchi attorno alla sua cella di lavoro di mezzo secolo. Si fermò a una delle alte finestre che erano quasi aperte. Era la finestra est. Laggiù sul bordo della terrazza, giaceva sulla sua base, la bella Flora, illuminata dal chiaro di luna. Presto sarebbe stato lì anche lui. La sua cripta era sotto questa base. Accanto ad esso, adiacente, furono seppelliti tutti i suoi piccoli levrieri italiani, i predecessori di Alkmene. Lì giacevano da molto tempo, ormai fa trasformati in scheletrini spettrali, una fila di piccole lastre di pietra, su cui incisi i nomi. Ma alla fine della fila, molto scura alla luce della luna, si vedeva un piccolo quadrato scavato nel terreno: era il letto di terra dal quale avevano ripreso Alkmene, in attesa del ritorno del Re.

“Ma petite Alcmène,” disse in un sussurro nel linguaggio del suo cuore, “bientôt je mecoucherai tout près de toi “. Tornò al tavolo, con entrambe le mani sollevava, non senza sforzo, la cupola di cristallo. Voleva sentire ancora una volta Alkmene, voleva sentire di nuovo quanto fosse leggera, voleva accarezzarla e voleva baciarla. Ma sussultò e si allontanò. La sua apparente compostezza era falsa, sotto il manto setoso c’erano già putrefazione e il rapido lavoro della morte. Rimise in fretta la cupola di cristallo. L’odore ungente della decomposizione lo aveva colpito.Oh pace e fine, oh innocenza, oh estinzione! Ora Alkmene brillava di nuovo sotto il cristallo, come se dormisse. Ma il re non era stato molto attento nella fretta, il suo corpicino non era completamente circoscritto dal bordo arrotondato della cupola e una delle zampine guardava fuori. Esile e delicata, una zampa fantasma, sporgeva verso il Re ed era come se il suo tesoro gli tendesse delicatamente l’esile manina per trascinarlo nel nulla, nel conforto della distruzione.


Fonti: File:Bruno Frank, Werke, 1. Lesebuch.Werke, Lesebuch mit ausgewählten Auszügen aus Erzählungen und Novellen von Bruno Frank 1945

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